IZUMI SHIKIBU E IL SUO TEMPO

La protagonista è una dama della Corte imperiale giapponese, realmente vissuta mille anni fa. Di lei non conosciamo il nome perchè, come accadeva alle nobildonne, fu sempre chiamata con un soprannome che ne indicava anche il rango: Izumi Shikibu (shikibu significa «cerimoniere di Corte», mentre izumi vuol dire «sorgente, fontana»). Era bellissima, colta, e la sua fama di poetessa travalicò il tempo della sua vita, quella straordinaria stagione tra la fine del primo e l’inizio del secondo millenio in cui la Corte Nipponica brillò il culmine della cultura Heian: l’età d’oro del Giappone. Le dame dell’aristocrazia, raffinate e letterate, furono le vere primedonne di quel periodo. E non si verificò mai più, nè in Giappone, nè in altri paese e in altri tempi, una tale fioritura di talenti femminili. Izumi Shikibu fece parte di quel gruppo eccezionale che, con la poesia e la prosa, creò il meglio dell’antica letteratura giapponese, tramandando autentici capolavori. Ma fra tutte loro Izumi è stata un personaggio diverso. La sua vita fu un lungo scandalo, la sua bellezza un mito. Leggende, aneddoti, ballate e testi teatrali raccontano il suo incanto e i suoi amori. Nell’immaginario collettivo giapponese Izumi ha un posto analogo a quello di Genji, il principe splendente, campione di fascino virile. Izumi dunque era una donna appassionata, contraddittoria, profonda nella sua poesia, dotata di sensibilità e onestà interiore, libera nel vivere e patire le proprie scelte. E la sua fu la vita eccezionale di una donna che amò due principi e scrisse poesie d’amore immortali.

UNO
kioto, anno II dell’era Chogen, decimo mese (ottobre 1029)

Ho amato due principi imperiali, ho pianto due mariti a Toribeno: dicono che il mio amore porti sventura.” Dama Izumi Shikibu si alzò e fece qualche passo nella veranda per abbandonare quelle parole all’esterno di se stessa. Da molto tempo componeva versi solo nella sua mente. Ma era veramente poesia quel fantasticare con le parole, quel coglierle al volo mentre passavano come deboli scie? Lei amava il colore delle parole, la loro fragranza. Le bastava pensare michinoku e già sentiva sotto le dita il tatto setoso della carta da scrittura; dire toribeno era come aspirare l’acre delle pire funebri e pensare tamba evocava subito la cupa foresta di criptomerie che lei aveva attraversato in quella provincia. Le parole erano il vero respiro della vita.
[LA DAMA CHE AMO’ DUE PRINCIPI – GABRIELLA MAGRINI]

“Watching the moon
at midnight
solitary, mid-sky,
I knew myself completely,
no part left out.”
– Izumi Shikibu – Watching the moon
和泉式部

Una melodia, per accompagnare la lettura:
Ryuichi Sakamoto, Ghost in the shell
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Les follies

A proposito di:Lóu {2 idee 1 goccia d'enfasi}

{...} sarà inquietudine estetica, vorace istinto del nuovo per il nuovo in omaggio a un che di antico. E la forma? Mettiamo che sia la stanza a tenere tutto insieme. Intensità della vita in contrasto con l’immobilità. Prospettive. Le Nove Porte {...} é la luce ad arredare le stanze

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