[1] Non si puo’ dire come sia la vita
come il caso o il destino incidano sulle persone
se non narrandone i sogni.

 

Si affacciò alla finestra. La notte era incantata, colma di stelle, magici brusii, le acque del canale risplendevano di mille luci e un canto lontano, misterioso riempiva l’aria sottile e profumata. In una notte come quella non poteva star sola. Era una notte fatta per amare.
I suoi passi l’avevano portata, inavvertitamente,ai piedi di una sontuosa scalinata. Il cielo, in alto, s’increspava nel vento della prima sera e il respiro si allargava nella buia frescura di un grande parco. Satin salì ad uno ad uno i gradini della splendida scalinata e prese a sinistra il viale ombroso e si trovò di colpo in un enorme giardino.
Dunque era questo che intendevano scrittori e poeti, era questo l’incanto sottile della nobile antica città. Fu così grande l’emozione che una lacrima le imperlò il ciglio rendendo ancor più lucenti gli occhi. Trasse dalla borsetta il fine fazzoletto e fece per portarselo agli occhi, ma un soffio impertinente di vento glielo strappò di mano, e lo fece volteggiare nell’aria, candida farfalla, a qualche metro da lei. Satin lo guardò planare e andarsi a posare sull’orlo di una grondaia.
Restò affacciata a lungo, sgomenta e indispettita, non volendo rassegnarsi a quella perdita. Così, le parve del tutto naturale che un uomo, anzi una figura agile e svelta accanto a lei, scavalcasse con un balzo il parapetto e, tenendosi spenzolato con una mano e aiutandosi con un lungo bastone, cercasse di tirar su quel quadratino candido. Anzi, si appassionò alle manovre dello sconosciuto, incitandolo e pregandolo di ridarle il fazzolettino, trepidando quando un’alito di vento metteva in pericolo tutta l’operazione, rischiando di far volar via il pezzetto di stoffa leggera. Alla fine l’uomo l’ebbe vinta davvero e consegnò alla bella Satin, raggiante di felicità il fazzolettino, sia pure insudiciato e strappato.
“Oh grazie Signore, lei e’ un angelo, lei e’ veramente…”
L’uomo la guardava con grandi occhi profondi e scuri con una lieve smorfia ironica all’angolo delle labbra carnose e rosse. Solo allora Satin si rese conto che quell’uomo era uno sconosciuto, ma questa circostanza non la turbò. Al contrario le parve molto affascinante, quasi un segno del destino. Ridandole il fazzoletto quell’uomo così attraente le aveva offerto la dolce occasione di un incontro che si preannunciava piacevolissimo. Le giunse una sorta di musica alle orecchie, prima ancora del senso delle parole che l’uomo le andava rivolgendo in un francese approssimativo ma molto eloquente. Si trovarono fianco a fianco, lungo il viale sempre più oscurato dalla sera incipiente.
Non si erano detti neppure il nome e già parlavano della vita, della morte, di arte e di musica e di quella notte nemmeno un cenno.
Non sapevano nulla l’uno dell’altra e nello stesso tempo si sentivano uniti in un modo unico. Sapevano che quella sera era tutta per loro, che nulla avrebbe potuto e dovuto turbarla. Era un miracolo, un incantesimo, e non si chiedono spiegazioni ai miracoli.
Non voleva sapere nulla ma solo prolungare quel momento. Il suo corpo non aveva peso, i suoi passi quasi non toccavano il suolo, la voce dell’uomo era una musica e ciò che le andava dicendo doveva essere una poesia o un’antica ballata, ma non le importava, non voleva sapere.
Si rese appena conto di un portone massiccio, di un androne fresco e avvolto nella penombra e poi quella luce ovattata, intima di un abat-jour rossa, della seta e della morbidezza complice di un piccolo canapè e tutto il resto fu come un sogno. Le mani, le labbra, la voce, la pelle calda e bruna dell’uomo, la ricerca sapiente e ansiosa di un piacere più acuto e profondo. E poi un dolce, lento abbandono fatto di piccoli gesti misurati e ancora la voce calda dell’uomo e il suo francese storpiato e affascinante.
Satin si muoveva libera fra quelle cose sconosciute accanto a un uomo di cui solo due ore prima ignorava l’esistenza e di cui tuttora ignorava perfino il nome. Aspettò che egli, esausto, soddisfatto, si addormentasse e si rivestì furtiva, cauta, uscì in punta di piedi, ritrovò la strada, giungendo al suo albergo. La sensazione di sogno non l’abbandonò neppure quando fu di nuovo in camera sua. Sola, indisturbata, si coricò, felice come una bambina.

 

“Je suis venu pour elle”

Giace sul letto , addormentata, la testa piegata di lato, i capelli sparsi sul cuscino. Il respiro è regolare, tranquillo. Sembra una bambina, nonostante le lunghe ciglia, l’acconciatura ancora perfetta, il corpo voluttuoso; lo spirito dell’infanzia aleggia su di lei come una luce innocente. Le palpebre hanno un fremito, forse un sogno?…apre gli occhi. Chiede, perfettamente sveglia: “Che giorno è oggi?

 


[1] rif. Hannah Arendt
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A proposito di:Lóu { 2 idee 1 goccia d'enfasi }

sarà inquietudine estetica, vorace istinto del nuovo per il nuovo in omaggio a un che di antico. E la forma? Mettiamo che sia la stanza a tenere tutto insieme. Intensità della vita in contrasto con l’immobilità. Prospettive. Le Nove Porte {...} é la luce ad arredare le stanze

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