Diario di una pornochic

{Sulle strade del virtuoso vizio sollecito la mia anima}

Osservavo la sua lingua che, sgusciata fuori, un attimo dopo già percorreva incessante le mie curve morbide. La mia pelle raccoglieva la sua saliva che colava sui capezzoli turgidi.
Buttai la testa all ‘indietro e lasciai sciogliere i lunghi capelli legati da un nastrino rosso porpora, perché, socchiudendo gli occhi, avrei potuto immaginare i suoi, scrutare prima e divorare poi ogni centimetro della mia carne. 
Sentivo la voracita’ delle sue mani scivolare in ogni piega, in ogni tratto della mia pelle, per giungere improvvise nel luogo in cui ogni tentazione si cela. Fu li’ che si diresse, tra le mie mutandine di pizzo nero, prima lentamente, poi con frenesia, impeto, desiderio irrefrenabile di consumarmi.
Gli tendevo la schiena. Ora. Appoggiata con il viso sulla fredda scrivania, sentivo crescere dietro di me quell’impeto, fra le sue gambe. Avevo sentito il bottone dei pantaloni slacciarsi e il suo pelo ruvido sfregare la mia pelle morbida. Furono simili a un canto i miei gemiti, in cui ogni nota sale e scende seguendo quella melodia e vibra quando la voce arriva alla nota più alta e li’ si libera, aggressiva, forte, piena, vigorosa.

Mi lasciai andare su quella scrivania che per poco ospitò il mio corpo. Desiderava farlo cosi’. Lui. Nello studio, tra le riviste, il suo computer e i vecchi appunti e i nuovi ricordi che io, forse, avrei lasciato. 
Mi confessò i suoi segreti prima di scoparmi.
Al telefono con voce bassa, roca, intimidita a tratti.
Mi sussurrò: “La prima volta che ci incontreremo ti alzero’ la gonna, lentamente, per poter sfiorare le tue gambe lisce come seta, sfilare le auto reggenti e…” 
E lo fece. 
Le gambe semiaperte scoprirono subito i miei vizi e le mie virtù. La mia pelle umida e calda fremette per tutto il tempo dell’amplesso. E, come un mare in movimento, in quelle onde lo lasciai navigare fino a farlo naufragare. Sentii i suoi colpi lenti scivolare nel mio ventre. E fu come un martello che batte caldo su di un incudine.

Fu dolore, bruciore, calore e sublime piacere insieme. La gonna scese lentamente, mentre tenevo stretto fra le cosce, ancora nude, il piacere che avevo consumato. 


Fu cosi’ che mi lasciò. Seminuda. Pallida. Riempita. Saziata. Mi chiese solo allora di voltarmi.

Mi salutò con un bacio, poi mi chiese di rivestirmi.

[Nell’aria le note di Anja Garbarek – Captivante]

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